martedì 22 settembre 2009

Routine

Rob, era con una pistola alla mano, pronto a fare ciò che aveva deciso lentamente, una scelta, conseguita da una vita monotona, lunga e troppo insoddisfacente per un tipo come lui. In particolare, odiava più di ogni altra cosa al mondo, la Routine, tutte quelle azioni, conversazioni, movimenti, luoghi, persone, incarichi ed abitudini che erano entrate prepotentemente nella sua vita. Era come un Meccanismo infernale, da cui non si poteva scappare.

Da sempre, era stato un servo della Routine, fino a divenirne in un certo qual modo ossessionato, arrivando ad odiarla. Se, durante i primi anni di vita, già cominciò a rendersi conto di eseguire particolari azioni quasi meccanicamente, cominciando dalla sveglia, al tragitto per l'odioso bus che lo avrebbe portato a scuola, luogo dove si sarebbero, nuovamente, ripetuti schemi visti e già visti, con soltanto piccoli impercettibili cambiamenti saltuarii che non facevano altro che sembrare degli spiragli di luce in quel mondo asfissiante. Abbastanza grandi da filtrare l'aria della libertà, ma troppo piccoli per essere attraversati.
Con il passare degli anni, Rob capì che era divenuto schiavo di tale Meccanismo, sentendosi sempre di più come un pupazzo inerme in mano ad esso, costretto a ripetere le stesse sequenza di azioni ogni giorno, come se non avesse possibilità di cambiare o di scegliere volontariamente.

Cambiare. Si, era questo ciò che Rob voleva, desiderava più di ogni altra cosa: cambiare, modificare la sua vita, poter decidere arbitrariamente le sue azioni, dare uno strappo e sperimentare ogni giorno cose diverse, senza cadere nel tunnel del Meccanismo infernale che per una vita intera lo aveva reso schiavo inconsapevole di chissà quale progetto ignoto.
E, per cominciare, Rob decise di trasferirsi in un altro paese, all'insaputa di familiari ed amici, facendo perdere le sue tracce. Quindi scelse di rimanere disoccupato di proposito, essendo che lui considerava anche il più semplice dei lavori come un artiglio della Routine. Le spese economiche poteva sostenerle con i risparmi accumulati e con la vendita di tanti cimeli di famiglia che ormai per lui non avevano più senso, quasi come se lo legassero a ciò che voleva scordare di essere.
Abbandonò la fede, deducendo che il solo credere a dogmi sacri o pregare fossero cose ripetitive, macchinose ed inutili. Poteva vivere benissimo senza.
Cominciò a frequentare ogni giorno gente diversa, nuova, dei più vari ambienti sociali: dalla classe medio alta dei club di lettura, ai rozzi e pericolosi uomini dei bar di periferia; provò sul suo corpo gli effetti ancora sconosciuti di sostanze alcoliche e dei paradisi sintetici, ma, li abbandonò subito, nella volontà di non cadere dipendente. Non per la propria salute, me per i motivi che già conosciamo.

Ma, passati i giorni ed i mesi, Rob si rese conto che, nonostante la sua Routine originale era stata infranta, sarebbe, prima o poi, ricaduto nuovamente in essa, e quasi divenne pazzo nel cercare di trovare un modo per non farlo, per non sprofondare di nuovo in quell'incubo.
La risposta alla sua domanda, al tentativo di evadere dalla monotonia, gli balenò in mente come un lampo accecante: uccidere.
Si, avrebbe assassinato le persone, scegliendole puramente a caso, preparando crimini sia elaborati o, a prima vista, dovuti ad uno scatto di rabbia. Le sensazioni che provò facendo ciò, furono le più forti che Rob provò mai in vita sua: la sensazione di elevarsi a Dio in persona, tagliare il filo che legava anima e corpo delle sue ignare vittime e, cosa ancora più macabra, questa sensazione lo faceva sentire vivo come non mai.
Ma per quanto tempo ancora? Quanto avrebbe dovuto attendere affinché, nuovamente, quella vita lo avesse nuovamente stancato? Il Meccanismo lo avrebbe preso di nuovo, stavolta per sempre?
Rob, già sapeva come concludere quel disperato atto per scappare alla Routine che lo perseguitava da una vita: il suicidio.

Se, nel commettere uccisioni efferate era stato per lui la miglior fonte di novità e adrenalina vitale, il suicidio sarebbe stato perfetto: un'azione impossibile da ripetere, in grado di salvarlo dalle sue ossessioni e fantasmi da cui era perennemente in fuga. L'ultima scarica di vita prima di essere privato della vita stessa dalle sue stesse mani. E, poi, avrebbe vissuto – se così si potrebbe dire – in un nuovo mondo che non lo spaventava: nulla poteva essere peggio del Meccanismo infernale che si era insediato nella mente di tutte le persone esistenti.

Così, un giorno, Rob prese la pistola che aveva raccolto ad una delle sue innumerevoli vittime. Si guardò allo specchio e puntò l'arma alla tempia, osservando il suo riflesso. Stava per premere il grilletto quando sentì bussare alla porta.
Chi sarebbe mai stato? Cosa avrebbe dovuto fare, continuare la sua folle opera o controllare chi, insistentemente, picchiava contro la sua porta? Rob, spinto per curiosità e per la sua ossessione nel voler provare qualcosa di nuovo, anche conoscendo altre persone, posò la pistola sul letto e aprì la porta. Fu colpito violentemente alla testa da un oggetto pesante e cadde in un sonno profondo.

Rob si svegliò, incapace di muovere le braccia, che sembravano come legate da una strana veste che gli ricopriva l'intero corpo. Si guardò in giro, e notò che si trovava in una stanza quadrata, completamente bianca e ricoperta, pavimento e mura, di un qualche cosa di soffice, come di gomma. Una porta sigillata e una finestra dalla quale passava luce ed aria in maniera appena sufficiente per una persona. Ci mise poco a capire che, alla fine, il suo piano era miseramente fallito: la Routine, il Meccanismo, lo aveva sopraffatto e ora avrebbe dovuto passare il resto dei suoi giorni in quella cella di manicomio, da solo. Aveva perso la sua battaglia durata una vita. Rise, in modo malinconico e rassegnato. E continua a farlo tutt'ora, sempre più forte, sempre più follemente. Continuamente.

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