martedì 15 settembre 2009

Thomas White

Il mio nome è Thomas White. Sin dall'anno in cui nacqui, ho sempre vissuto una vita normale, senza eventi più tragici della perdita di qualche conoscente o familiare.
Mai ho subito minacce fisiche o psicologiche e la mia infanzia, posso dire che è stata spensierata, come quella della maggior parte dei fanciulli di questo mondo. Nello studio e nello sport, non ero di certo un fenomeno, ma nemmeno uno dei più scarsi. Mantenendo buoni voti, mi è stato possibile assicurarmi un posto di lavoro in grado di darmi una buona rendita mensile, consentendomi di mettere su famiglia e crescere due bambini con la mia amata moglie.
Insomma, quella che potrebbe essere una vita noiosa, troppo classica e normale per alcuni, è stata la mia vita.
Perché vi parlo di questo? Semplice: la mia condizione attuale, bloccato in un manicomio, potrebbe far credere che le parole da me scritte su questo foglio di carta siano quelle di un pazzo esilarante. Ma, vi assicuro che così non è. Varie circostanze, che ora vi andrò ad elencare, mi hanno portato qui, dove, molto probabilmente finirò il resto dei miei giorni.

Tutto accadde in uno dei primi giorni d'agosto, quando potevo avere una quarantina d'anni. Come mio solito, passeggiavo nel tardo pomeriggio per le vie del paese dove vivevo, per godermi la fresca brezza che si sentiva, un vero toccasana naturale contro quelle afose giornate estive.
Ma, nel mio passeggiare, intravidi, appoggiata ad un muro, una figura alquanto singolare che attirò la mia attenzione. Era un uomo, dell'età che poteva variare dai trenta ai cinquant'anni, vestito completamente di nero, in modo assai strano, considerando il clima del periodo. Un grosso cappotto che toccava terra, con le estremità lacerate e consumate, sotto il quale si vedeva una maglia che sembrava fatta di spesso cotone, ed un pantalone assai largo e, anch'esso, scuro ma, pieno di toppe e buchi su più parti del vestito. La faccia poi, era coperta nella parte delle labbra, da una sciarpa grigia, che continuava dietro la schiena ed i capelli, neri, lunghi, ma evidentemente sporchi e poco curati, coprivano gli occhi e scendevano lungo buona parte della spina dorsale.
La visione dell'uomo in nero, suscitò in me diverse sensazioni, dalla pura curiosità di sapere chi fosse e da dove venisse, fino ad uno strano sentimento che, potrei descrivere come paura per quell'essere che mi sembrava avere un qualcosa di “non umano”.
Rimasi a guardare la figura che, mani in tasca, sembrava non accorgersi né del viavai generale, né di me. Ma, distolsi lo sguardo e tornai verso casa, con mille pensieri riguardo l'identità dello sconosciuto.
In un paesino piccolo come quello in cui abitavo all'epoca, era molto semplice che appena uno straniero varcasse qualche strada, già si sapesse tutto su di lui, quindi, molto probabilmente, l'indomani avrei chiesto in giro riguardo l'uomo vestito di nero.
Infatti, il giorno dopo, appena finito di lavorare, uscii di casa, andando ai principali luoghi di ritrovo degli abitanti del paese. Chiesi, cercando di non far trasparire eccessiva curiosità dalle mie parole, dell'identità dell'uomo in nero. Ciò che ottenni, purtroppo, non placò la mia sete di conoscenza: era arrivata infatti il giorno precedente, una carovana di vagabondi che si erano stanziati fuori dal paese, in attesa di fare compere e rifornirsi di viveri per il viaggio che li aspettava e, probabilmente, l'uomo che vidi faceva parte di quella compagnia.
Ora, qualunque persona normale avrebbe finito di fare domande e avrebbe, anche se non completamente, placato la sua curiosità e così feci io.

Ma accadde pochi giorni dopo che la carovana se ne andò, un avvenimento che, molto probabilmente, mi strappò dalla mia vita “normale”, portandomi verso il sentiero della pazzia.
In una delle mie solite camminate pomeridiane, lo rividi. Allo stesso muro, appoggiato, c'era lui, l'uomo vestito in nero. Indifferente verso le persone intorno a se, sembrava stranamente ricambiato di tale atteggiamento, nonostante la singolarità del suo abbigliamento.
Rimasi a fissarlo, impietrito, per un tempo indefinito. Potevano essere minuti, istanti, così come ore intere. Movimenti così precisi, lenti e leggeri, che sembrava stesse fermo, come una spaventosa e lugubre statua vivente. Mai però, riuscii ad intravedere in quegli attimi, i suoi occhi nella loro interezza, ma ebbi come l'impressione di scorgerli, ad ogni soffio di vento che spostava gli sporchi capelli dell'uomo: e, ogni volta che succedeva, venivo preso da brividi che mai avevo provato in vita mia. Occhi bianchi, completamente bianchi, di una graduazione spettrale, come se non fossero reali. Un semplice cieco direte voi, ma fui dissuaso di questa idea, perché ogni qualvolta che venivo preso da quei brividi, mi sembrava di vedere la faccia dello sconosciuto accennare un sorriso da sotto la sciarpa scura.
Quando, improvvisamente, una folata più forte delle altre, scoprii gli occhi per alcuni istanti, ebbi come l'impressione che quelli, bianchi, cadaverici, spettrali, guardassero verso di me, che entrassero nella mia mente, suggerendomi immagini così spaventose che mi è impossibile descriverle.
Subito dopo la nuova, terrificante sensazione di paura, voltai il capo e filai dritto verso casa, dove fui tormentato dagli incubi tutta la notte.
L'indomani, presi la decisione di parlare allo sconosciuto. Quale coraggio mi venne dentro per fare una simile scelta, non lo so da dove venne, ma lo aiutai con alcuni bicchieri di Whisky, atti a smorzare la tensione che avrei provato nell'avvicinarmi al nero straniero.
Arrivato all'orario della mia solita passseggiata, lo trovai lì, soliti vestiti, solito posto, solita posa, come se mi attendesse. Mi avvicinai lentamente. Ad ogni passo, ero pervaso dai sentimenti più diversi, ma, mi sentivo di dover parlare al tizio del quale solo io sembrava conoscerne l'esistenza. A pochi centimetri da lui, presi tutto il coraggio che avevo in corpo e gli porsi la mano.
“Pia....piace....piacere...”
Fui interrotto dalle sue parole, calde, ma allo stesso tempo piene di un non so ché in grado di farmi gelare il sangue, sia per il tono usato, sia per il contenuto del suo discorso.
“...Thomas White”
Sentendo questo, fuggii via verso casa, giurandomi che mai avrei più guardato o provato curiosità verso l'uomo vestito in nero.
Dopo alcuni giorni, sul giornale quotidiano, lessi di un avvenimento che mi fece uscire la mia mente fuori dal binario della sanità mentale, per spingerle nell'orlo della pazzia.

Trovato morto tra alcuni cespugli nella periferia del nostro paese, un uomo su cui ora si stanno effettuando i test di riconoscimento. Di altezza nella media, l'uomo, al momento della morte, avvenuta presumibilmente diversi mesi fa, a giudicare dallo stadio di decomposizione del corpo e dai vestiti, completamente neri e invernali, inadatti ad un clima come quello degli ultimi giorni. Al corpo inoltre, sembrano essere stati esportati gli occhi. La polizia ha aperto un'inchiesta sull'accaduto

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